17 agosto 2026

UE-Ucraina, l’Europa investe nella guerra: 28 miliardi in un anno, più di sette anni di sanità europea


Il nuovo partenariato industriale per la difesa mostra con chiarezza dove Bruxelles sta concentrando risorse e capacità finanziaria. Il confronto con sanità, ricerca e infrastrutture è impressionante.

L’Unione europea prevede per il solo 2026 fino a 28,3 miliardi di euro destinati alle capacità industriali della difesa ucraina.

Per capire l’ordine di grandezza basta confrontare questa cifra con alcuni dei principali programmi europei.

EU4Health, il programma sanitario dell’Unione, dispone di circa 5,75 miliardi per l’intero periodo 2021-2027. In pratica, un solo anno di finanziamenti alla capacità industriale militare ucraina vale quasi cinque programmi sanitari europei settennali.

Il Connecting Europe Facility, destinato alle grandi infrastrutture europee di trasporto, energia e digitale, dispone di circa 20,7 miliardi in sette anni: meno dei 28,3 miliardi previsti per la difesa ucraina nel solo 2026.

Anche Horizon Europe, il grande programma europeo per ricerca e innovazione, vale circa 93,5 miliardi dal 2021 al 2027, poco più di 13 miliardi l’anno in media. La cifra destinata nel 2026 all’industria militare ucraina è quindi più del doppio della spesa media annuale dell’intero programma europeo per la ricerca.

Naturalmente si tratta di strumenti finanziari differenti e non sarebbe corretto sostenere che quei 28 miliardi vengano materialmente sottratti a ospedali, infrastrutture o ricerca. Il confronto dimostra però quali dimensioni economiche l’Europa riesca a mobilitare quando decide che un settore rappresenta una priorità assoluta.

Ed è proprio questo il significato politico del nuovo EU-Ukraine Defence Industrial Partnership.

L’UE non si limita più a fornire sostegno temporaneo all’Ucraina: punta a integrare stabilmente l’industria militare ucraina con quella europea, aumentando la produzione comune di droni, munizioni, missili, sistemi di difesa e altre tecnologie militari.

Nel quadro dell’Ukraine Support Loan da 90 miliardi per il 2026-2027, circa 60 miliardi sono destinati alla difesa. A ciò si aggiungono il programma EDIP e soprattutto SAFE, lo strumento europeo che può mobilitare fino a 150 miliardi di euro di prestiti per investimenti nella difesa.

Il cambiamento è quindi strutturale.

Per anni l’Unione europea ha costruito la propria identità economica intorno al mercato unico, alle infrastrutture, alla coesione, alla ricerca e alla transizione ambientale. Oggi una quota crescente della capacità finanziaria e industriale europea viene orientata verso armamenti, capacità produttiva militare e preparazione strategica.

La questione non è essere favorevoli a Mosca o a Kiev. È chiedersi quale modello di Europa stia emergendo.

Quando per sanità, ricerca, trasporti o politiche sociali vengono continuamente ricordati i limiti delle risorse disponibili, mentre per la difesa si costruiscono rapidamente strumenti da decine o centinaia di miliardi, la scelta politica diventa evidente.

Il nuovo partenariato con l’Ucraina non rappresenta soltanto un aiuto a un Paese coinvolto in un conflitto. È il tassello di una trasformazione molto più ampia: l’Europa sta costruendo una propria economia della difesa e sta preparando il proprio apparato industriale a una lunga fase di riarmo.

Formalmente Bruxelles parla di sicurezza, deterrenza e capacità di difesa.

Ma quando si destinano alla produzione militare risorse superiori a quelle impiegate per interi programmi pluriennali di sanità e infrastrutture, è difficile considerare tutto questo come una semplice politica emergenziale.

L’Europa non sta soltanto finanziando una guerra già esistente: sta organizzando industria, bilanci e investimenti perché la dimensione militare diventi permanente. E, nei fatti, sembra aver scelto di prepararsi alla guerra molto più rapidamente di quanto abbia scelto di prepararsi alla pace.

25 luglio 2026

Le Tre Economie di Guerra: La Bomba a Orologeria del Debito Pubblico tra Ucraina, Israele e USA


Il panorama geopolitico ed economico globale è oggi dominato da tre diversi modelli di "economia di guerra".
Ucraina, Israele e Stati Uniti si trovano ad affrontare sfide macroeconomiche drammatiche, ma con dinamiche strutturali radicalmente differenti. Sebbene legati dallo stesso filo conduttore dell'instabilità globale, i tre Paesi affrontano crisi finanziarie che spaziano dal rischio di default immediato fino alla minaccia sistemica per l'intero ordine finanziario mondiale.

Il superamento delle rispettive "linee rosse" del debito pubblico solleva forti preoccupazioni tra analisti ed economisti. Di seguito viene presentata un'analisi dettagliata dello stato di salute fiscale, dei creditori e dell'impatto a lungo termine di queste tre economie.

1. Ucraina: Il debito della sussistenza e i beni russi congelati

L'Ucraina gestisce un'economia di pura sopravvivenza, la cui tenuta dipende interamente da fattori artificiali e aiuti politici esterni.

Il quadro fiscale

Il rapporto Debito/PIL dell'Ucraina ha superato la soglia critica del 101%-106%, una crescita verticale rispetto al 49% del periodo precedente all'invasione russa. Con un PIL mutilato dalla distruzione delle infrastrutture e oltre il 40% della spesa pubblica assorbito dalla difesa, le entrate statali interne sono insufficienti a coprire i costi vivi della nazione.
DEBITO / PIL UCRAINA
[####----------------] 49% (Pre-guerra)
[##########----------] 101%-106% (Stima 2026)

I creditori e la natura del debito

Il debito ucraino non è di tipo commerciale, ma politico e istituzionale.
  • Unione Europea (circa 40%): È il principale investitore attraverso programmi di assistenza macrofinanziaria a lunghissimo termine.
  • Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Banca Mondiale: Gestiscono i programmi di stabilizzazione e le riforme vincolate.
  • Governi del G7: Hanno siglato accordi per il congelamento del pagamento degli interessi.

La trappola finanziaria e i fondi russi

Una parte consistente del sostentamento economico dell'Ucraina è legata ai prestiti ERA (Extraordinary Revenue Acceleration). Si tratta di crediti concessi dagli alleati, ma garantiti dagli interessi generati dai circa 300 miliardi di euro di beni sovrani russi congelati in Occidente.
L'Ucraina si trova in una condizione di totale vulnerabilità geopolitica: se un futuro accordo di pace imponesse lo sblocco o la restituzione di questi fondi alla Russia, il Paese sprofonderbbe in un default immediato. L'Unione Europea ha stanziato pacchetti di emergenza coperti dal bilancio comune europeo per blindare la tenuta finanziaria di Kiev, ma la sostenibilità a lungo termine resta legata a filo doppio alle decisioni delle cancellerie straniere.

2. Israele: Lo scontro tra spese di sicurezza e Stato sociale

Israele non affronta una crisi di liquidità, bensì un drammatico deterioramento della sua storica disciplina fiscale, causato da un conflitto che ha assunto caratteristiche strutturali.

Il quadro fiscale

Il rapporto Debito/PIL è salito rapidamente posizionandosi attorno al 67%-68,5% (era al 60,5% prima del conflitto). La spesa per la sicurezza nazionale è raddoppiata, arrivando a sfiorare l'8% del PIL nel bilancio statale. Quella che inizialmente era stata concepita come una spesa di emergenza temporanea è diventata una voce di costo permanente.

I creditori e i declassamenti

  • Mercato interno (85%): La stragrande maggioranza dei "titoli di guerra" israeliani è acquistata da banche locali, istituti finanziari e fondi pensione nazionali.
  • Grandi banche d'affari estere (12-15%): Acquistano obbligazioni sovrane israeliane sui mercati internazionali.
La preoccupazione principale per Israele deriva dal costo del denaro. Le principali agenzie di rating (come Fitch e Moody's) mantengono outlook negativi sul Paese. I ripetuti declassamenti del merito creditizio costringono lo Stato a offrire tassi d'interesse molto più alti per attrarre gli investitori, innescando un circolo vizioso che appesantisce il deficit pubblico (fissato al 3,9% del PIL).

L'impatto sui cittadini

Il governo israeliano ha dovuto varare misure di austerità lacrime e sangue: l'IVA è stata alzata al 18%, gli scaglioni dell'imposta sul reddito sono stati congelati e le tasse di previdenza nazionale sono aumentate. I fondi destinati a istruzione, sanità, trasporti e infrastrutture civili sono stati drasticamente ridotti per pagare gli interessi ai creditori. I cittadini si trovano così a pagare il conflitto due volte: oggi con un costo della vita più alto e domani con servizi pubblici fortemente indeboliti.

3. Stati Uniti: La trappola degli interessi della superpotenza

Gli Stati Uniti rappresentano l'anomalia del sistema finanziario globale: pur disponendo della valuta di riserva mondiale (il dollaro), la traiettoria del loro debito è definita "insostenibile" dagli stessi organismi governativi.

Il quadro fiscale

Il debito pubblico americano ha superato l'astronomica cifra di 39 trilioni (mila miliardi) di dollari, portando il rapporto Debito/PIL oltre il 120%.
MASSA DEL DEBITO USA: > 39.000.000.000.000 $
SPESA PER INTERESSI:   ~ 22 Miliardi $ a settimana
Secondo le proiezioni ufficiali del Congressional Budget Office (CBO), il debito in mano al pubblico crescerà senza sosta fino a toccare il 120% del PIL entro il 2036, accumulando deficit stimati per 23,1 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni.

I creditori del gigante americano

Gli Stati Uniti godono di un mercato dei capitali unico al mondo:
  • Investitori Domestici (~55-58%): Fondi pensione, cittadini americani e aziende private.
  • Federal Reserve (~11%): Detiene circa 4,4 trilioni di dollari di titoli di Stato nel suo bilancio.
  • Governi ed Enti Esteri (~24%): Pari a circa 9,3 trilioni di dollari. Il Giappone è il primo detentore (1,2 trilioni), seguito dal Regno Unito (0,9 trilioni), mentre la Cina (0,7 trilioni) continua a ridurre costantemente la sua quota per diversificare i propri rischi geopolitici.

La Legge di Ferguson e il rischio sistemico

La vera emergenza degli Stati Uniti è rappresentata dal costo del servizio del debito. Il Tesoro americano spende oggi circa 22 miliardi di dollari a settimana (88 miliardi al mese) solo per pagare gli interessi sulla massa del debito pregresso.
Questa dinamica ha portato al superamento di una soglia psicologica e storica cruciale: gli USA spendono più per pagare gli interessi sul debito che per l'intero bilancio della difesa nazionale. Gli storici dell'economia associano questo fenomeno alla cosiddetta Legge di Ferguson: quando un impero spende più per i propri creditori che per il proprio esercito, si avvia verso un declino strategico accelerato. L'immensa emissione di Treasury Bonds per finanziare il deficit costringe i tassi d'interesse globali a rimanere elevati, drenando capitali dai mercati emergenti e alimentando pressioni inflattive globali.

Sintesi Comparativa delle Economie di Guerra

PaeseDebito / PILNatura del PericoloDestinazione Principale dei Fondi
Ucraina101% - 106%Default immediato in caso di stop agli aiuti occidentaliSopravvivenza dello Stato e difesa territoriale
Israele67% - 68,5%Erosione dello Stato sociale e aumento delle tasse interneSostentamento di operazioni militari prolungate
Stati Uniti> 120%Instabilità del dollaro, inflazione e declino strategico globaleCopertura degli interessi passivi e deficit strutturale

Conclusioni

Le tre economie di guerra dimostrano che il prezzo dei conflitti non si misura solo sul campo di battaglia, ma anche nei bilanci dello Stato. L'Ucraina lotta contro l'insolvenza totale, Israele ipoteca il proprio welfare per finanziare la sicurezza, e gli Stati Uniti rischiano di soffocare sotto il peso degli interessi accumulati per mantenere il proprio status di superpotenza. Tre crisi diverse, unite dallo stesso, insostenibile conto economico.


6 giugno 2026

ALBANIA-ISRAELE, DALLA RISSA IN CAMPO ALLE TENSIONI POLITICHE


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Doveva essere una semplice amichevole internazionale, ma Albania-Israele si è trasformata in un caso politico e mediatico. La scintilla è arrivata dopo il gol decisivo di Oscar Gloukh, giovane talento della nazionale israeliana, che ha esultato portando il dito alle labbra davanti ai tifosi albanesi e baciando lo stemma sulla maglia. La reazione è stata immediata: un avversario lo ha colpito con uno schiaffo, scatenando un principio di rissa.

L'episodio è maturato in un clima già molto teso. Prima della partita erano stati fischiati l'inno e i giocatori israeliani, mentre sugli spalti erano presenti messaggi legati alla guerra a Gaza e alle proteste che attraversano l'Albania contro alcuni controversi progetti immobiliari sostenuti da investitori stranieri.

Dopo la gara, Gloukh ha spiegato la sua reazione senza fare marcia indietro: «Non potevo ignorare i fischi durante il nostro inno nazionale. Ero carico fin dall'inizio e quella è stata la mia reazione. Non me ne pento».

La partita era stata organizzata come test di preparazione durante una finestra FIFA. Ma ancora una volta il calcio si è intrecciato con la politica. Anche perché Israele continua a partecipare regolarmente alle competizioni europee pur trovandosi geograficamente in Medio Oriente. Il motivo è storico: dopo anni di boicottaggi da parte di diversi Paesi arabi, la federazione israeliana è entrata stabilmente nella UEFA nel 1994.

Una situazione che alimenta inevitabilmente il confronto con la Russia. Dopo l'invasione dell'Ucraina, Mosca è stata esclusa da FIFA e UEFA, mentre Israele continua a disputare competizioni internazionali nonostante le richieste di sospensione avanzate da alcuni governi, federazioni e movimenti politici per la guerra a Gaza.

La differenza di trattamento resta al centro del dibattito. Per i critici si tratta di un evidente doppio standard; per FIFA e UEFA, invece, i due casi non sono giuridicamente e politicamente sovrapponibili. Intanto, a Tirana, una semplice amichevole ha mostrato quanto sia ormai difficile separare sport e geopolitica.


14 maggio 2026

Un incapace è capace di tutto

Roma non è una città. Roma è una prova pratica.

Chi sopravvive a Roma può sopravvivere a qualunque cosa: un blackout, un matrimonio improvvisato, una riunione di condominio, un parcheggio all’EUR, un gruppo WhatsApp di genitori o un impiegato comunale appena tornato dalle ferie del 2007.

Andrea Schiavone lo ha capito tardi. Molto tardi. Più o meno dopo aver visto un uomo parcheggiare in doppia fila davanti a un carro attrezzi.

Da quel momento ha iniziato a osservare la città come un antropologo depresso. Con il cinismo di chi non ha più speranze e la lucidità di chi sa che ormai il danno è fatto.

Questo libro non vuole insegnare niente. Sarebbe inutile. Vuole solo documentare. Come fanno gli archeologi quando trovano le rovine di una civiltà che evidentemente aveva smesso di ragionare.

Andrea Schiavone attraversa autobus, bar, marciapiedi, uffici pubblici e tavole calde come un reduce. Non combatte. Annota.

E ride. Perché a Roma, se non ridi, finisci assessore.


IL LIBRO


6 aprile 2026

La Battaglia di Pasqua: Il Miracolo di Trump tra le Fiamme del Deserto



La Battaglia di Pasqua

Il “Miracolo” di Trump tra le Fiamme del Deserto

Questa è la ricostruzione dettagliata dell’operazione “Epic Fury” (aprile 2026), basata sull’incrocio tra comunicazioni ufficiali statunitensi, analisi di intelligence internazionali e riscontri fotografici e satellitari diffusi dai media mediorientali.

Nonostante il salvataggio – ancora incerto – del colonnello americano disperso, le prove raccolte sul campo suggeriscono che l’operazione sia stata un grave fallimento tattico e logistico. Secondo diverse analisi, gli Stati Uniti avrebbero perso velivoli per un valore di circa 300 milioni di dollari e rischiato la cattura di numerosi operatori delle forze speciali, riuscendo a ritirarsi solo grazie a una massiccia copertura aerea che ha impedito alle forze iraniane di chiudere definitivamente la trappola.


1. L’inizio: l’abbattimento (3 aprile 2026)

La vicenda ha origine con la caduta di un F-15E Strike Eagle statunitense nella provincia iraniana di Isfahan.

Washington ha inizialmente parlato di guasto tecnico, ma fonti iraniane (Fars News) e russe (TASS) sostengono che il velivolo sia stato abbattuto da sistemi missilistici terra-aria.

Il pilota viene catturato rapidamente dalle forze iraniane.
Il WSO (Weapons Systems Officer), un colonnello di alto rango, riesce invece a lanciarsi con il paracadute e a fuggire verso le montagne dello Zagros, dando origine a una complessa operazione di recupero.


2. La caccia all’uomo (3-4 aprile)

Per 36–48 ore, il colonnello ferito si muove in territorio ostile tentando di evitare la cattura.

Nel frattempo:

  • l’Iran mobilita droni e milizie locali, attirate anche da una taglia sulla sua cattura

  • gli Stati Uniti creano una bolla di superiorità aerea con:

    • A-10 Thunderbolt II

    • droni MQ-9 Reaper

Parallelamente, squadre di Delta Force e Navy SEALs vengono infiltrate nell’area con elicotteri MH-6 Little Bird per preparare l’estrazione.


3. L’inferno sulla pista (5 aprile)

Il punto di recupero viene fissato su una pista agricola sterrata di circa 1.190 metri vicino alla città di Shahreza.

Qui la missione rischia di trasformarsi in un disastro simile al fallimento americano di Desert One (1980).

L’insabbiamento

Due grandi aerei da trasporto MC-130J Commando II atterrano per recuperare le squadre e il colonnello, ma durante il rullaggio rimangono bloccati nel terreno soffice.

La seconda ondata

Per evitare di abbandonare gli uomini a terra, gli Stati Uniti inviano altri tre velivoli HC/MC-130J.

Questi devono atterrare in uno spazio estremamente ristretto:

  • pista larga circa 60 metri

  • mezzi già bloccati sul terreno

  • almeno quattro elicotteri MH-6 presenti.

Lo scontro a fuoco

Durante le operazioni di trasbordo, le forze iraniane dei Pasdaran (IRGC) attaccano la pista.

Ne segue un violento scontro armato.
Gli americani riescono a decollare con il colonnello, ma sono costretti ad abbandonare diversi velivoli sul posto.


4. Il giallo: autodistruzione o abbattimento?

La Casa Bianca sostiene che:

  • 2 MC-130J

  • 4 elicotteri MH-6

siano stati autodistrutti volontariamente dai Ranger per evitare che la tecnologia cadesse nelle mani iraniane.

Tuttavia diverse fonti internazionali mettono in dubbio questa versione.

Versione cinese

Secondo CGTN, i velivoli sarebbero stati danneggiati o distrutti dal fuoco d’artiglieria e da droni suicidi iraniani.

Analisi russe

Esperti militari sostengono che far esplodere grandi quantità di carburante vicino agli aerei pronti al decollo sarebbe stato tatticamente suicida, suggerendo quindi che i mezzi siano stati colpiti dall’esterno o abbandonati nella fuga.


5. Le prove fotografiche

Le immagini satellitari e i video diffusi da media arabi e iraniani (tra cui Al Jazeera e Tasnim) mostrano uno scenario molto diverso da quello ufficiale.

I relitti

Le carlinghe presentano fori compatibili con colpi di grosso calibro e schegge di missili.

Posizione dei velivoli

Gli aerei non risultano allineati ordinatamente, ma sembrano aver tentato manovre evasive prima di uscire dalla pista.

Dispersione dei rottami

La distribuzione dei detriti su un’area molto ampia indica un impatto violento, tipico di un attacco e non di una demolizione controllata.


6. L’analisi satellitare

Le immagini delle società Planet Labs e Vantor mostrano il sito prima e dopo l’operazione.

Prima (3-4 aprile)

La pista appare isolata, ma analisti come William Goodhind hanno individuato tracce di veicoli militari iraniani convergenti verso l’area già 12 ore prima dell’arrivo americano.

Questo suggerisce che l’Iran avesse previsto l’operazione.

Dopo (5-6 aprile)

Il sito appare devastato:

  • tre crateri circolari da impatto

  • segni compatibili con attacchi di droni Shahed-136 o artiglieria.


7. La trappola sulla pista

Le immagini indicano che l’Iran ha utilizzato una strategia definita “impedimento dinamico”:

  • cumuli di terra e detriti posizionati rapidamente alle estremità della pista

  • riduzione dello spazio utile per il decollo

  • costrizione dei velivoli verso il terreno più soffice.

I due MC-130J risultano inclinati di circa 30° rispetto all’asse della pista, segno di manovre disperate per evitare ostacoli o colpi in arrivo.


8. Le intercettazioni radio

Secondo fonti di intelligence riportate da media come Al Jazeera e TASS, le comunicazioni radio rivelano una situazione caotica.

Tra i messaggi intercettati:

  • multipli “Mayday”

  • segnalazioni di fuoco da ogni direzione (AAA e MANPADS)

  • ordini urgenti di abbandonare i mezzi a terra e decollare immediatamente.


9. Il caso dell’A-10 Warthog

Un A-10 Thunderbolt II è stato gravemente colpito durante la missione.

Secondo CBS News:

  • il pilota è riuscito a dirigersi verso il Golfo Persico o il Kuwait

  • prima di lanciarsi con il paracadute.

L’Iran sostiene di averlo abbattuto con un missile terra-aria, mentre fonti statunitensi parlano di danni da armi leggere che hanno compromesso i sistemi idraulici.


10. Le armi iraniane

Secondo analisi indipendenti, l’attacco avrebbe coinvolto:

  • sistema missilistico Khordad-15

  • sensori infrarossi passivi

  • fuoco di tribù locali Bakhtiari armate di fucili tradizionali.

Queste azioni avrebbero danneggiato anche almeno due elicotteri di soccorso.


11. Conseguenze politiche

L’operazione ha avuto un forte impatto politico negli Stati Uniti.

Gli analisti ritengono che:

  • l’efficacia dei MANPADS iraniani

  • la difficoltà della missione

abbiano contribuito a frenare un possibile intervento di terra su Kharg Island.

Una eventuale cattura del colonnello avrebbe potuto creare una crisi simile a quella degli ostaggi del 1979.

Dopo il salvataggio, il presidente Donald Trump ha minacciato attacchi contro infrastrutture iraniane se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz.


Verdetto finale

Secondo i dati disponibili, le perdite includono:

  • 1 F-15E Strike Eagle

  • 1 A-10 Thunderbolt II

  • 2 MC-130J

  • 4 MH-6 Little Bird

Il Pentagono ha inoltre ammesso 13 morti e oltre 300 feriti tra i militari americani fino ad oggi, nell'intero conflitto.

L’operazione ha salvato il colonnello, ma ha dimostrato che l’Iran mantiene capacità missilistiche e di intelligence sufficienti a contestare il dominio aereo statunitense.



1 marzo 2026

IRAN, KHAMENEI: DUBBI SULLA MORTE

Un luogo nel cuore della capitale

Nel centro di Teheran, alle coordinate 35.6920 N e 51.3989 E, si trova un’area che per anni è stata associata all’Office of the Supreme Leader of Iran, la struttura che ospita uffici e funzioni legate alla guida politica e religiosa del Paese, ruolo ricoperto fino al 2026 da Ali Khamenei.

Non parliamo di un luogo isolato nel deserto o nascosto tra le montagne. Si tratta invece di una zona urbana centrale, inserita nel tessuto vivo della città: strade trafficate, quartieri istituzionali, edifici governativi nelle vicinanze. È un’area facilmente individuabile su qualunque mappa online.

Il complesso ha la struttura tipica dei centri di comando: muri perimetrali, accessi controllati, più edifici all’interno dello stesso recinto. Una configurazione pensata per garantire sicurezza e riservatezza, ma che allo stesso tempo ne evidenzia l’importanza.

Proprio la sua posizione centrale e la sua notorietà come sede del potere lo rendono un punto simbolico oltre che operativo. È un luogo che rappresenta il cuore decisionale del Paese, conosciuto non solo in Iran ma anche dagli osservatori internazionali.

In sintesi, si tratta di un centro di comando collocato nel pieno della capitale: non invisibile, non segreto nella sua esistenza, ma protetto e istituzionalmente riconosciuto come uno dei punti chiave del potere iraniano.

Qualcosa non torna nella narrazione

Negli ultimi giorni circola una versione dei fatti secondo cui alti dirigenti iraniani, pur sapendo di essere nel mirino e consapevoli di essere spiati, si sarebbero riuniti tutti insieme in un luogo facilmente individuabile.

Ma questa ricostruzione solleva alcune domande logiche.

Se un gruppo di leader sa di essere osservato da servizi segreti stranieri e teme un attacco, la scelta più naturale sarebbe quella di evitare di concentrarsi nello stesso posto. In situazioni di rischio elevato, la regola di base è semplice: non esporsi inutilmente. Di solito si adottano misure come incontri separati, spostamenti discreti e luoghi difficili da tracciare.

Riunire molte figure chiave nello stesso edificio, soprattutto se noto e identificabile, sembrerebbe andare nella direzione opposta rispetto alla prudenza. È un comportamento che appare poco coerente con la logica della sicurezza.

Questo non significa che la notizia sia falsa, ma suggerisce che il racconto potrebbe essere incompleto, semplificato o raccontato in modo sensazionalistico. Spesso, nelle fasi di crisi o conflitto, le prime informazioni diffuse sono parziali o enfatizzate.

Quando una storia presenta elementi che sembrano contraddire il buon senso — come persone consapevoli del pericolo che scelgono volontariamente la situazione più rischiosa — è ragionevole fermarsi e chiedersi: mancano dei pezzi? Ci sono dettagli non ancora noti? Oppure la narrazione è stata costruita per avere maggiore impatto mediatico?

In momenti delicati, mantenere uno sguardo critico e prudente è sempre la scelta più equilibrata.






16 gennaio 2024

FACEBOOK, IRAN E AI


All'esonero di Mourinho, pubblico la foto qui accanto, con la didascalia "ne resterà solo uno" (cioè, io) Dopo due secondi, il post viene rimosso perchè "sembra che tu abbia condiviso o inviato simboli, elogio o sostegno nei confronti di persone e organizzazioni che consideriamo pericolose oppure che tu abbia iniziato a seguirle". Il motivo? La foto di Qasem Soleimani generale iraniano a capo della Niru-ye Qods, l'unità delle Guardie della Rivoluzione khomeinista, ucciso dagli USA a Baghdad il 3 gennaio 2020.
Questo il grottesco risultato di un algoritmo basato sulla c.d. Intelligenza artificiale americana che censura su Facebook quello di cui la rete è piena.  

In realtà anche Mourinho è stato fatto fuori dagli americani (anche lui a gennaio, 4 anni dopo): ora, nel 2028, toccherà a me?